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giovedì 20 novembre 2014

Leishmaniosi Sintomi Generali


Quando il cane si infetta con la Leishmania non sempre i sintomi si manifestano immediatamente dopo il contagio, tuttavia quando la malattia si manifesta avviene quasi esclusivamente nella forma generalizzata, detta anche «viscero-cutanea». Le forme ad esclusiva localizzazione cutanea sono rarissime ed anche in questi casi è stato possibile rinvenire i parassiti negli organi interni.
Risultano più colpiti i cani adulti, senza alcuna differenza di sesso, razza o lunghezza del pelo, in particolare quelli che vivono all'aperto. Il decorso è generalmente subacuto o cronico, solo in pochi casi casi, infatti, è possibile osservare una fase acuta con la comparsa di febbre. E' comunque frequente che possano esserci forme croniche che si acutizzano improvvisamente.
Nella forma tipica cronica il quadro sintomatologico risulta abbastanza complesso ed oltremodo vario. Dopo il periodo d’incubazione l’infezione oltre che manifestarsi con diversi segni segni clinici, anche gravi, può decorrere, anche in forma asintomatica, cioè in modo silente o quasi inapparente. Comunque bisogna tenere presente che non sempre ad un quadro clinico grave e conclamato corrisponde una parassitosi altrettanto grave, così come ad un quadro silente può corrispondere una grave parassitosi.
I segni della malattia, inizialmente possono essere estremamente generali, per poi divenire più gravi, caratterizzati soprattutto da manifestazioni cutanee e a carico delle mucose. Solitamente si manifesta un progressivo dimagrimento, una diminuzione dell' appetito, accompagnati a lesioni cutanee per lo più di tipo furfuraceo. In alcuni casi può essere segnalata epistassi così come poliuria e polidipsia, queste ultime indicative di un coinvolgimento renale.
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mercoledì 30 luglio 2014

Leishmaniosi canina: Profilassi Ambientale


L’habitat preferito dai flebotomi è rappresentato dalle anfrattuosità del terreno, dalle crepe dei muri e dalle superfici asciutte. L'ambiente deve essere piuttosto secco e senza vento.
Ovviamente queste sono condizioni presenti ovunque in Italia, per questo motivo le aree a rischio non sono facilmente delimitabili. L’impossibilità di individuare aree circoscritte sfocia nella difficoltà d’intervenire con mezzi di lotta chimica, perché dovrebbero essere sottoposte ad interventi insetticidi intere regioni, con l’alto rischio di provocare dissesti ecologici da inquinamento ambientale.
 
Quindi in città o nelle zone limitrofe l’unico intervento possibile di profilassi sanitaria è quello di mettere in atto misure igieniche generali, che impediscano la costituzione di nuovi focolai dove è possibile lo sviluppo dei flebotomi.
E' fondamentale evitare abitudini quali mantenere l'acqua stagnante in laghetti artificiali o nei sottovasi, lasciare raccolte statiche di immondizia (attenzione ai compost!) o mantenere erba o arbusti eccessivamente alti.
I due principali rimedi contro i flebotomi sono:
  • Le trappole: questi piccoli insetti, durante le ore notturne, sono attratti da sorgenti luminose deboli; se nelle vicinanze della cuccia si pongono piccole sorgenti di luce circondate da carta oleata, si creano delle trappole in cui i flebotomi rimangono prigionieri.
  • Insetticidi: sarebbe una buona regola sottoporre la cuccia a frequenti trattamenti insetticidi. Anche se in ambito profilattico hanno un’importanza fondamentale soprattutto le sostanze da applicare direttamente sul cane. Le migliori sostanze, in questo senso, si sono rivelati i piretroidi sintetici come la deltametrina e la permetrina, utilizzate in formulazioni spot-on, spray o come collari.
Queste misure profilattiche rappresentano certamente accorgimenti da prendere in seria considerazione, anche se, ovviamente, non possono garantire – in maniera assoluta – il cane dalla puntura dell’insetto vettore.
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Leishmaniosi canina: il Contagio


La via naturale del contagio della Leishmania, come abbiamo già detto, è rappresentata dall’inoculazione dei promastigoti da parte dei flebotomi durante un pasto di sangue, nella cute dei mammiferi ospiti.
Tuttavia non si possono escludere altre possibili vie di contagio, come quella dell’ingestione volontaria o accidentale, da parte del mammifero, dei flebotomi parassitati.
Altre vie di trasmissione diretta, sicuramente minoritarie, da rare a molto rare possono essere:
  • Trasmissione materno-fetale: più volte ipotizzata e generalmente ammessa nell’uomo nonostante siano stati segnalati pochi casi, appare più che probabile anche nel cane, benché non sia stato identificato l’esatto meccanismo con cui la trasmissione verticale si realizza. 
  • Trasmissione venerea: benché mai provata con certezza appare possibile, almeno quella tra cane maschio infetto sintomatico e femmina. Oltre a rinvenire gli amastigoti di Leishmania negli organi genitali interni (testicoli, epididimo) ed esterni (glande, prepuzio), è stata riscontrata una positività alla PCR nel seme in alcuni dei cani sintomatici testati.
Visto che nell’accoppiamento spesso si verificano traumi sia nel maschio che nella femmina, si realizza la possibilità di trasmissione di amastigoti dagli organi genitali esterni, oltre ai parassiti nel seme provenienti dagli organi genitali interni. Quindi nel cane la trasmissione venerea della leishmaniosi è probabile, anche considerando l’alto numero di cani infetti in aree in cui il flebotomo vettore è poco diffuso.
  • Trasmissione attraverso le trasfusioni di sangue: praticamente accertata sia nella specie umana che in quella canina.
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Leishmaniosi canina: Epidemiologia


La diffusione della Leishmaniosi, al pari di altre malattie trasmesse da artropodi, risulta influenzata da molti fattori, quali ambiente (densità dei flebotomi nelle aree endemiche, altitudine e caratteristiche geologiche del territorio), clima (temperatura, tasso di umidità), condizioni socio-sanitarie (malnutrizione, elevata concentrazione di animali infetti, randagismo) e mancanza di vaccini efficaci sia nell’uomo che nel cane.
diffusione leishmaniosi
L' Italia si trova in una posizione particolare per quanto riguarda l'Europa, è un territorio fortemente endemico per Leishmaniosi e soffre anche di numerosi casi di importazione di leishmanie esotiche. Le numerose segnalazioni degli ultimi anni di casi di leishmaniosi canina provenienti da aree tradizionalmente ritenute indenni, anche dell’Italia settentrionale, debbono portare alla conclusione che non esistono zone, comunemente abitate, che possano essere considerate completamente sicure. Infatti se fino al 1989 il Nord Italia era considerato praticamente indenne dalla leishmaniosi canina, oggi abbiamo dei focolai accertati in Veneto, Emilia Romagna e Piemonte ed altri probabili in Trentino e Lombardia.

In Piemonte sono state accertate 3 differenti aree in cui la leishmaniosi canina è endemica: Torino, Ivrea, Casale. In queste aree la colonizzazione può essere avvenuta spontaneamente dalle zone costiere, in seguito ai cambiamenti climatici, o dovuti agli aumentati movimenti di persone dalle aree mediterranee in cui abbondano i flebotomi.
In base ad analogie climatiche e caratteristiche ambientali si può anche prevedere che la diffusione della malattia s’estenderà nel prossimo futuro ad altre zone dell’Europa centrale.
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Leishmaniosi canina: la Trasmissione


La Leishmania è un parassita definito difasico che necessita cioè, per completare il suo ciclo di vita, di due ospiti. Un insetto vettore comunemente denominato “pappatacio” appartenente al gruppo dei Flebotomi che ospita la forma extracellulare flagellata detta promastigote, ed un mammifero (nel nostro caso il cane) in cui si sviluppa la forma intracellulare chiamata amastigote. 
     
Quando un flebotomo femmina si nutre di sangue, se è infetto inocula nel cane dei promastigoti attraverso la proboscide. I flebotomi eseguono i loro pasti di sangue pungendo i cani soprattutto nelle zone scarsamente ricoperte di pelo come testa, naso, padiglioni auricolari, zone inguinali e zone perianali. Una volta che il parassita viene iniettato nel derma dell’ospite vertebrato, viene immediatamente inglobato, tramite un processo di fagocitosi, dai macrofagi, che sono cellule del sangue. Il macrofago circonda il parassita formando un vacuolo chiamato fagosoma e cerca di ucciderlo attraverso le sue azioni di difesa aspecifica. La leishmania è però in grado di eludere le difese del macrofago riuscendo al contrario, non solo a sopravvivere, ma anche a moltiplicarsi all’interno. Il progredire o meno dell’infezione dipende appunto dall’efficienza della risposta immunitaria dell’ospite. I parassiti possono poi essere trasferiti ad altri flebotomi attraverso un pasto di sangue su un cane infetto. La trasmissione naturale della Leishmaniosi si verifica quindi solo in quelle aree dove sono presenti i vettori adatti, detti competenti. La sopravvivenza del parassita durante l’inverno viene assicurata dalla permanenza del medesimo nei cani infetti, dal momento che non è mai stata dimostrata la trasmissione transovarica nell’insetto vettore.
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Leishmaniosi canina: il Flebotomo


I promastigoti di Leishmania vengono trasmessi agli ospiti definitivi da piccoli insetti ematofagi appartenenti ai generi Sergentomya, Warileya, Brumptomyia, Lutzomyia e Phlebotomus. Solo quest ultimo è il responsabile della diffusione della malattia nelle zone endemiche del bacino del Mediterraneo, in particolar P. perniciosus, P. perfiliewi e P. major, sono i vettori di Leishmania infantum in Italia. Sono insetti classificati nel phylum Arthropoda, classe Insecta, ordine Diptera, sottordine Nematocera, famiglia Phlebotomidae.
 
I flebotomi morfologicamente sono caratterizzati da un corpo di colore giallo-pallido o giallo-ruggine, lungo circa 2-5 mm, coperto da lunghi e fitti peli; il torace e l’addome formano un angolo quasi retto (ciò li rende riconoscibili anche ad occhio nudo); la testa è allungata ed inserita sul collo in modo da formare un angolo di 45°; gli occhi sono voluminosi, di colore scuro, situati ai lati della testa e la proboscide è corta e diretta in basso. Le ali sono grandi, anch'esse pelose, di forma quasi ovale.
Mentre i maschi si nutrono di succhi vegetali, le femmine, benché sembra non siano ematofaghe, pungono la cute per nutrirsi di sostanze organiche degli ospiti, determinando irritazione, e per questo hanno strutture buccali atte a perforare la pelle. I flebotomi femmina del genere Phlebotomus sono quelli diffusi in Europa, il genere Lutzomya è caratteristico invece del Sud America. Questi pappataci sono presenti tutto l’anno principalmente nei paesi tropicali, o sono attivi durante i mesi caldi dell’anno, nei paesi a clima temperato. L’attività dei flebotomi adulti quindi va dalla primavera all'autunno inoltrato nel bacino del Mediterraneo e dura tutto l'anno in Sud America. Nell'arco della giornata si trovano principalmente all'alba, al tramonto e durante la notte, è stato registrato un picco di attività intorno alla mezzanotte. I flebotomi sono in attività quando la temperatura ambientale esterna è compresa tra i 15° e 28° C, ed è sempre associata ad elevata umidità relativa e assenza di pioggia e vento. I flebotomi possono volare su distanze variabili, dai 200 metri ai 2,5 km e tendono ad entrare nelle case durante la notte attratti dalla luce all'interno.
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Vaccino Leishmaniosi canina: Tollerabilità


La tollerabilità è un fattore di primaria importanza per qualsiasi vaccino. Durante lo sviluppo di CaniLeish è stato svolto un lavoro significativo per garantire che l’elevato livello di protezione che il vaccino fornisce sia anche associato a un buon profilo di tollerabilità.
Normalmente la virulenza residua o la tossicità conseguenti all’inoculo di un vaccino, sono causate dalla somministrazione di microrganismi inadeguatamente inattivati, oppure dall’incapacità dell’ospite immunosoppresso di contrastare la replicazione del microrganismo vaccinale. CaniLeish non è costituito né da parassiti “vivi modificati” né da parassiti “uccisi”, i parassiti Leishmania sono del tutto assenti nel vaccino. Ciò significa che non è presente alcun microrganismo potenzialmente virulento per il cane, sia che questo sia immunocompromesso oppure no, fornendo pertanto un significativo beneficio in termini di tollerabilità.
L’ unica reazione avversa associata a CaniLeish è un possibile gonfiore lieve e transitorio nel punto di inoculo; inoltre come conseguenza della normale risposta immunitaria alla vaccinazione è anche possibile osservare, raramente e in alcuni individui sensibili, ipertermia e malessere transitori.

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Protocollo vaccinazione Leishmaniosi


CaniLeish è indicato nei cani a partire dai sei mesi di età. Il primo ciclo di vaccinazione è costituito da tre iniezioni a distanza di tre settimane l’una dall’altra.
 
L’immunità cellulo – mediata adatta a contrastare la Leishmaniosi viene raggiunta quattro settimane dopo il completamento del ciclo primario. Successivamente per mantenere questa immunità è necessario un vaccino annuale. Quindi, poiché l’insorgenza dell’immunità sarà completata solo dopo 10 settimane dalla prima iniezione di CaniLeish, è importante evitare il contatto con i flebotomi durante questo intero periodo.
Per una protezione ottimale del vostro cane è  comunque necessario associare alla vaccinazione l’utilizzo di repellenti specifici contro i flebotomi.
Tra i prodotti specifici da utilizzare come repellenti per il flebotomo si trovano in commercio sia formulazioni spot on che come protector band.
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Il Vaccino contro la Leishmaniosi


Il vaccino contro la Leishmaniosi è finalmente arrivato in Italia: dopo 20 anni di ricerca l’arma in più che tutti stavamo aspettando.
     
La Leishmaniosi è una malattia parassitaria trasmessa dal flebotomo , un piccolo insetto simile alla zanzara. Il parassita colpisce il sistema immunitario e in particolare i macrofagi. L’esito dell’infezione e l’evoluzione della malattia sono strettamente connessi al tipo di risposta immunitaria che viene innescata dall’organismo.
L’unica risposta immunitaria in grado di contrastare la leishmaniosi ed impedire che si manifesti clinicamente è quella cellulo-mediata: il vaccino CaniLeish ha l’obiettivo di stimolare proprio questo tipo di immunità, in modo tale da rendere il sistema immunitario  del cane “pronto” a rispondere all’eventuale infezione.
La capacità di CaniLeish di stimolare la risposta immunitaria cellulare è stata dimostrata mediante numerosi test immunologici ed è stato dimostrato che il vaccino riduce di ben 4 volte il rischio di sviluppare la forma clinica della malattia in zone altamente endemiche.
La vaccinazione prevede la somministrazione di tre dosi per via sottocutanea: la prima dose può essere somministrata a partire dai 6 mesi di età. La seconda e la terza dose devono essere somministrate a tre settimane di intervallo ciascuna. Dopo questa serie di richiami sarà necessario solo un richiamo annuale.
Prima della vaccinazione è necessario verificare che il cane non sia già affetto da leishmaniosi o da altre malattie parassitarie (ad esempio Ehrlichia Canis) mediante un semplice test sierologico e un’attenta visita da parte del Medico Veterinario deve escludere la presenza di altre patologie sistemiche che coinvolgano il sistema immunitario del cane.
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Vaccino Leishmaniosi canina: requisiti


Prima della vaccinazione con CaniLeish è necessario svolgere degli esami preliminari sul cane. Bisogna innanzi tutto effettuare dei test per scongiurare che il cane sia già infettato dalla Leishmania, o da Ehrlichia, un altro parassita intracellulare. In caso di positività per una di queste due malattie non sarà possibile effettuare la vaccinazione.
      
Sarà inoltre opportuno fare un esame del sangue, un emocromo completo, per verificare che il cane sia sano; requisito fondamentale per effettuare la vaccinazione in sicurezza. Il protocollo prevaccinale prevede inoltre che venga effettuato un trattamento contro i parassiti intestinali. Dopo questi accertamenti, risolvibili in qualche giorno, sarà possibile procedere alla vaccinazione con CaniLeish.
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Leishmaniosi Canina: la svolta

La leishmaniosi è una malattia trasmessa da artropodi vettori (flebotomi), conosciuta da oltre un secolo e, ad oggi, rilevata in 88 paesi compresi quelli dell'Europa Mediterranea. La leishmaniosi  nel nostro continente è riferibile per  la maggior parte dei casi ad un protozoo, Leishmania infantum, il cui serbatoio domestico principale è il cane.       
La sua diffusione a livello globale, la complessità del meccanismo d'azione del protozoo, l'elevato tasso di mortalità nonché la sua pericolosità anche per l'uomo hanno fatto si che da oltre 25 anni ricercatori in tutto il mondo siano impegnati a studiare il modo di contenerla e combatterla.

Molto è già stato fatto, soprattutto in chiave diagnostica e terapeutica, ma il vero interrogativo che ci si pone è: a quando una vera prevenzione?.
La risposta oggi c'è ed è in arrivo, anche in Italia....
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martedì 1 luglio 2014

Il Cane Anziano

Ogni volta che si fa riferimento all'età anagrafica del proprio cane viene subito da pensare a quanto corrisponda in termini umani e, spesso, si parte col conto alla rovescia per capire quanto tempo ancora il proprio amico a quattro zampe resterà con noi. Capita frequentemente di sentire frasi del tipo: “Come vorrei che il mio cane vivesse più a lungo!” oppure “Non c'è niente che si può fare per farlo vivere di più?”. La risposta è sì..qualcosa si può fare!
L'aspettativa di vita dei nostri animali domestici negli ultimi anni è notevolmente aumentata grazie ai progressi della medicina veterinaria e, soprattutto, alla migliore capacità di gestione da parte del proprietario. Molti, infatti, hanno raggiunto una consapevolezza ed un livello di informazione tale da riuscire ad adattare le attenzioni quotidiane alla fase di vita del proprio cane: cucciolo, adulto, anziano. Un sondaggio recente, però, ha messo in evidenza che un terzo della popolazione statunitense non sa quando il proprio cane diventerà anziano. Questo significa che negli Stati Uniti milioni di famiglie non sanno quale sia il momento reale per iniziare a considerare e, quindi, a gestire il cane come un “anziano”. Sapere quando il proprio amico a quattro zampe entrerà a tutti gli effetti nella terza età è un aiuto fondamentale per il proprietario perché lo mette nelle condizioni di adattare lo stile di vita del cane al suo naturale invecchiamento. Talvolta basta semplicemente un cambio di alimentazione, variare l'esercizio fisico e, soprattutto, la frequenza delle visite mediche per assicurargli una vita lunga e sana.
Come regola generale un cane si considera anziano quando supera i sette anni di età. Agli estremi della media si trovano, da un lato, le razze grandi-giganti definibili vecchie dopo i 5 anni; dall'altro le razze piccole-toy, senior a partire dai 9 anni. Da ciò si può capire che non esiste una precisa linea di demarcazione tra l'età adulta e quella senile : ecco quindi l'utilità di imparare a cogliere piccoli “segnali” nel comportamento del nostro cane che rappresentano un vero e proprio campanello d'allarme di invecchiamento. Uno dei primi segni dell'avanzamento di età è la maggior tendenza all'affaticamento e la riluttanza al movimento. Spesso i proprietari sono convinti che questo sia un atteggiamento del tutto naturale, privo di complicanze. In realtà, frequentemente, nasconde patologie ossee particolarmente dolorose e debilitanti (osteoartrite) oppure problematiche cardiache piuttosto serie. Tutto questo è ovviamente dovuto all'età che avanza ma dev'essere diagnosticato in tempi brevi se le si vuole tenere sotto controllo e garantire al cane una qualità di vita dignitosa.
Un altro segno da non sottovalutare è la variazione di peso. E' pensiero diffuso che invecchiando un cane possa diventare obeso o, all'opposto, dimagrire semplicemente per età. L'aumento o la diminuzione del peso, in realtà, possono essere campanelli d'allarme di condizioni patologiche quali: disturbi alla bocca o ai denti, malattie endocrine ( diabete, ipotiroidismo, morbo di Cushing), patologie epatiche croniche, neoplasie. Quindi un controllo costante del peso aiuta anche a monitorare lo stato di salute.
E' inoltre importante fare attenzione a qualsiasi variazione nelle abitudini del nostro cane: un aumento o una diminuzione della sete, ad esempio, può essere sinonimo di patologie renali, endocrine, riproduttive
In alcuni casi il cane anziano sembra “cambiare carattere”. Si apparta, appare confuso, non risponde più ai comandi, è apatico, a volte emette delle strane vocalizzazioni. Attenzione a non sottovalutare questi segni poiché spesso sono indice di insorgenza di problemi di vista, mancanza di udito, demenza senile o altre patologie che, se riconosciute in tempo, possono essere affrontate con protocolli terapeutici adeguati.
Non dimentichiamoci infine delle volte in cui il nostro cane appare debole o spossato: esistono infatti forme infettive acquisite dovute proprio ad un indebolimento progressivo del sistema immunitario. Questo fattore comporta un aumento della sensibilità alle malattie virali e giustifica la vaccinazione annuale degli animali anziani fino alla fine della loro vita.
Quanto detto ci fa capire che, benché la senescenza sia una fase naturale della vita di un cane, può diventare problematica laddove non si agisce in termini di prevenzione. Un'alimentazione adeguata, un buon esercizio fisico, uno stile di vita consono e la diagnosi ed il trattamento precoce di alcune malattie possono garantire al nostro amico il dovuto benessere anche in tarda età e, talvolta, allungargli la vita.
Il modo più indicato per pianificare le sue nuove esigenze prevede l'aiuto del veterinario di fiducia, colui che da sempre è stato vicino al nostro pet e che ha condiviso con noi l'avventura di un cucciolo che è diventato adulto e che si prepara ad affrontare al meglio una tappa fondamentale della vita: la terza età.


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giovedì 26 giugno 2014

Patologie Oculari nel Cane Anziano

Oggi proseguiamo il discorso sulla terza età nel cane e nel gatto iniziando a parlare più nello specifico delle problematiche mediche legate all’invecchiamento. Anche in campo veterinario, così come in medicina umana, le patologie sono affrontabili da un punto di vista specialistico: iniziamo con il parlare di oftalmologia.
L'avanzare dell'età, tanto negli animali quanto nell'uomo, porta a cambiamenti a livello organico considerabili normali (fisiologici). Oltre ad essi esiste tutta una serie di patologie a cui cane e gatto possono andare più facilmente incontro in quanto “anziani”. Gli occhi, le palpebre e l'apparato lacrimale non fanno eccezione in questo processo di invecchiamento. Patologie oculari e problemi di vista sono situazioni frequenti nei cani e nei gatti anziani e, a volte, possono addirittura portare alla perdita completa della capacità visiva, influenzando sensibilmente sia le abitudini quotidiane del nostro animale che la gestione da parte del proprietario.
Esistono malattie oculari evidenti a tal punto da essere notate con facilità dai proprietari stessi che possono così rivolgersi al veterinario con una tempistica veloce rispetto all'insorgenza del problema. Altre volte, invece, i segni di patologia oculare risultano più subdoli e l’animale può arrivare alla cecità senza che il padrone se ne sia accorto. I cani e gatti, infatti, possiedono un'elevata capacità adattativa che li porta a sviluppare maggiormente gli altri sensi (olfatto e udito) per compensare il calo di vista: ecco spiegato il perché molti animali, se pur ciechi o ipovedenti, sono in grado di muoversi con assoluta disinvoltura nel proprio ambiente.
Per questo motivo è importante abituarsi ad osservare con attenzione il comportamento del proprio amico a quattro zampe, soprattutto quando invecchia, in maniera tale da poter cogliere ogni minimo campanello d'allarme di problematiche oculari. Un ottimo banco di prova è rappresentato dall'esterno o dagli ambienti nuovi: qui l'animale con problemi di vista tende a muoversi in maniera più guardinga, a manifestare disagio o,addirittura, ad andare contro ostacoli imprevisti. Occorre tenere presente inoltre che alcune patologie iniziano con una difficoltà di visione in particolari momenti della giornata: in questi casi si noterà, ad esempio, maggiore difficoltà nella visione durante il crepuscolo o di notte.
In altri casi le problematiche oculari sono una conseguenza di una patologia sistemica ovvero che colpisce tutto l'organismo. Un classico esempio è la cataratta diabetica, una patologia indubbiamente di interesse oculistico ma che deve essere affrontato anche e soprattutto da un punto di vista internistico. Per questo motivo il medico veterinario che si occupa di oftalmologia, soprattutto con pazienti anziani, non deve mai limitarsi alla semplice visita oculistica ma ha il dovere di eseguire anche una approfondita visita generale (dalla punta del naso alla punta della coda!), senza tralasciare indizi che possano ricondurre ad una malattia più generalizzata.
Molte sono le patologie che possono colpire le diverse strutture dell’occhio durante la terza età, elencheremo di seguito le principali e nei prossimi articoli, verranno trattate in maggior dettaglio:
  • Palpebre: neoformazioni, ectropion senile.
  • Cornea: cheratite superficiale cronica, cheratocongiuntivite secca.
  • Uvea: cisti iridee, neoplasie, uveiti, atrofia iridea.
  • Cristallino: cataratte, lussazione della lente, atrofia senile del cristallino.
  • Retina: atrofia progressiva della retina, emorragie retiniche, processi inifiammatori.
A cura della  Clinica Veterinaria Borgarello

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Urea e Creatinina


Oggi affrontiamo un nuovo capitolo riguardante gli esami biochimici: parleremo di urea e creatinina ovvero dei parametri di funzionalità renale.
I reni rappresentano, per dirla in maniera molto semplificata, gli organi deputati alla “raccolta differenziata” dell'organismo. A livello renale infatti, attraverso processi complessi, si ha l'eliminazione mediante urina delle sostanze di “scarto” del metabolismo (cataboliti) nonché il riassorbimento di quelle “riutilizzabili” (insulina, ormone della crescita, glucosio, elettroliti). Se questo non avviene in maniera corretta il risultato è una vera e propria “autointossicazione” dell'organismo che, nei casi più gravi, può portare a morte. Oltre a questa funzione “depurativa”, i reni giocano un ruolo importante nel regolare il volume dei fluidi circolanti e nella modulazione della pressione sanguigna. Infine a livello renale viene prodotta la cosiddetta eritropoietina, sostanza fondamentale per la produzione dei globuli rossi.
L' urea e la creatinina, abbiamo già detto, rappresentano i parametri mediante cui si può valutare la funzionalità renale; viste le fondamentali funzioni svolte dai reni, capiamo bene perché questi due “marker” rientrino praticamente in ogni esame biochimico, da quelli di base (ad esempio in corso di check up o controlli pre-operatori) a pannelli più complessi, sfruttati per diagnosticare la maggior parte delle patologie.
L' urea viene formata nel fegato a partire dall'ammoniaca in processi che rientrano nel metabolismo delle proteine pertanto la dieta influenza la sua quantità nell'organismo. Dal fegato, attraverso il circolo sanguigno, la maggior parte è liberamente filtrata ed eliminata dai reni. Qui il passaggio dal sangue ai tubuli ovvero nell'urina avviene in maniera passiva e bidirezionale: se aumenta il flusso d'urina, diminuisce la concentrazione di urea nel sangue.
L'aumento di urea a livello di circolo ematico viene definito azotemia ed è ciò che si va ad indagare con gli esami biochimici. Tale condizione, infatti, è associata a numerose patologie, da cui la schematica suddivisione in azotemia: pre-renale, renale e post-renale. Nel primo caso la causa è imputabile a malattie che determinano una diminuzione del flusso ematico a livello dei tubuli renali, quindi una minore eliminazione di urea. L'azotemia renale, invece, è legata a problemi di funzionalità intrinseca ai reni stessi; quella post-renale, infine, è solitamente causata da problemi ostruttivi a livello del tratto urinario.
La creatinina viene formata per la maggior parte a livello del fegato e trasportata al muscolo scheletrico dove diviene fosfocreatinina: rappresenta, infatti, la principale riserva energetica ad alto contenuto di fosfato nell'ambito del metabolismo muscolare. Essa diffonde nel sangue ad un tasso relativamente costante in proporzione alla massa muscolare e viene liberamente filtrata dai glomeruli renali. Il suo aumento nel circolo ematico, analogamente a quello dell'urea, è generalmente causato da patologie che alterano la filtrazione a livello glomerulare (pre-renali), da gravi patologie renali (renale) o da fenomeni ostruttivi che ostacolano l'emissione dell'urina (post-renale). La sua concentrazione non viene invece influenzata dalla velocità del flusso urinario né dai numerosi fattori metabolici che influenzano l'azotemia. Le indicazione sul suo utilizzo sono comunque analoghe a quelle dell'urea.
Nel prossimo articolo parleremo dei marker di funzionalità epatica. .
Articolo a cura della Clinica Veterinaria Borgarello
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Patologie Endocrine nel Cane Anziano

Continuiamo a parlare di invecchiamento nel cane e nel gatto affrontando una branca molto ampia della medicina interna che è l'endocrinologia.
Questa disciplina sia in campo umano che veterinario si occupa di studiare le ghiandole e le sostanze da loro prodotte: gli ORMONI, molecole che esercitano il loro effetto legandosi a dei recettori specifici nell'organismo.
Nel cane e nel gatto le patologie di natura endocrina possono avere diverse cause:
-produzione insufficiente di ormoni
-produzione eccessiva di ormoni
-sintesi difettosa degli ormoni
-resistenza all'azione degli ormoni
-anomalie nel trasporto degli ormoni
La diagnosi di queste patologie non è sempre facile in quanto non è possibile, a parte alcune eccezioni, eseguire un esame diretto delle ghiandole interessate.
Importantissimi per il veterinario risulteranno quindi:
-anamnesi ed esame clinico che permetteranno di “scovare” e individuare i quadri caratteristici di alcune patologie
-esami di laboratorio anche dinamici che permettono una volta formulata un'ipotesi diagnostica di confermarla e intraprendere una terapia specifica
-diagnostica per immagini che grazie a tecniche quali l'ecografia, la tomografia computerizzata e la risonanza magnetica permette di visualizzare ghiandole che non possono essere esplorate direttamente.
Le patologie endocrine sono tipiche degli animali adulti-anziani ma alcune di esse possono colpire anche i giovani o essere presenti dalla nascita.
Alcune hanno una predisposizione di razza o di sesso, altre possono colpire indistintamente ogni animale.
Le patologie che nella pratica clinica giornaliera vengono riscontrate con maggiore frequenza sono:
-il DIABETE MELLITO sia nel cane che nel gatto, dovuto a una disfunzione del pancreas
-l'IPERTIROIDISMO nel gatto e l'IPOTIROIDISMO nel cane, dovuti a una disfunzione della ghiandola tiroide
-i TUMORI TESTICOLARI
Nell'ambito del nostro percorso sulla terza età dei nostri animali approfondiremo le patologie più frequenti cercando di fornire al proprietario degli spunti utili per notare i campanelli dall'allarme” che possono far sospettare una patologia endocrina.

Articolo a cura della Clinica Veterinaria Borgarello.

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giovedì 19 giugno 2014

Invecchiamento Cerebrale nel Cane Anziano


“Sto invecchiando, perdo colpi”: a quanti è capitato di dirlo?. Molti non sanno però che anche il cane e il gatto, con l'avanzare dell'età, possono andare incontro a disordini degenerativi a livello cerebrale da cui derivano tutta una serie di cambiamenti prevalentemente sul piano comportamentale. L'età media dei nostri amici a quattro zampe, come quella dell'uomo, si è notevolmente allungata e questo ci mette di fronte a nuove problematiche, ignorate o poco trattate in passato.
I neuroni sono cellule destinate a “morire”, alcuni anche in giovane età, ma è soprattutto nella fase geriatrica che tale processo subisce un'inevitabile accelerazione. Il cervello può invecchiare per così dire “con successo” ovvero mettendo in atto tutta una serie di meccanismi naturali che ne limitano i deficit, garantendo una buona qualità di vita al soggetto. Quando, invece, l'invecchiamento cerebrale diviene patologico subentrano veri e propri disturbi comportamentali, cognitivi ed affettivi che possono rendere difficoltosa sia la vita dell'animale anziano che quella del proprietario, a cui spetta gestirlo.
Nel cane, specie in cui sono stati fatti maggiori studi, si parla di vera e propria disfunzione cognitiva dell'anziano. La memoria a breve termine (MBT) è quella più coinvolta poiché si ha una minor o alterata produzione di neurotrasmettitori ovvero dei messaggeri chimici deputati a passare le informazioni da un neurone all'altro. Queste modificazioni a livello cerebrale si traducono in pratica con un'alterata percezione dell'ambiente esterno, un deficit mnemonico e di apprendimento da parte dell'animale anziano.
L'invecchiamento cerebrale nel cane può manifestarsi in diversi modi: il proprietario potrebbe ad esempio osservare difficoltà da parte del cane nel riconoscere luoghi, persone o oggetti noti (perdita degli apprendimenti) oppure, più semplicemente, cambiamenti nelle abitudini eliminatorie con l'animale che inizia a “sporcare” in luoghi in cui non è consentito (eliminazioni inappropriate). Alcuni soggetti tendono poi a manifestare un iper-attaccamento al proprietario, non vogliono più essere lasciati da soli e, se succede, vocalizzano in maniera esasperante o distruggono tutto ciò che gli capita a portata di bocca (manifestazioni ansiose). Altri segni collegabili ad una disfunzione cognitiva sono alterazioni marcate dell'appetito, di solito aumenta la richiesta di cibo come se “non si ricordasse di aver appena mangiato” per poi passare a periodi di vera e propria anoressia. Un altro esempio tipico, poi, è un differente ritmo di veglia e sonno: molti animali tendono a dormire tutto il giorno e diventare molto nervosi ed iperattivi di notte.
 
La disfunzione cognitiva esiste anche nel gatto, sebbene non siano ancora stati chiariti i reali processi degenerativi a cui va incontro il cervello. Come nel cane, anche per i felini si hanno manifestazioni comportamentali anomale in particolare vocalizzazioni insistenti e apparentemente immotivate, soprattutto notturne, o la perdita delle consuete abitudini eliminatorie, con animali che iniziano a sporcare al di fuori della lettiera. In altri casi spesso il gatto riduce notevolmente il tempo dedicato alla “toelettatura” e questo diviene evidente osservandone il pelo il quale appare più opaco e molto annodato, soprattutto se lungo; a ciò si aggiunge, solitamente, un eccessivo allungamento degli artigli (unghie) che tendono addirittura a ripiegare su se stessi, talvolta piantandosi nella cute oltre ad apparire più friabili e sfilacciati. I gatti anziani fisiologicamente tendono a trascorrere la maggior parte del tempo dormendo: qualora, invece, tendano a manifestare momenti di grande agitazione, evidente stress o stato ansioso è possibile siano dovuti ad un fenomeno di invecchiamento cerebrale così come la tendenza ad essere meno socievoli e propensi alla manipolazione.
Di fronte ai problemi di disfunzione cognitiva, così come per altre patologie legate all'età, non bisogna rimanere inermi: è doveroso cercare di garantire comunque una buona qualità di vita al nostro amico a quattro zampe. Un importante primo passo è  prestare attenzione alle abitudini quotidiane del cane e del gatto poiché ogni cambiamento, se pur minimo, può divenire “campanello d'allarme” di qualcosa di serio. In un'ottica di prevenzione, mai esitare a rivolgersi al proprio veterinario di fiducia ogni qualvolta si noti qualche stranezza, perché esistono comunque dei modi per rallentare e controllare anche l'invecchiamento del cervello: controllo dell' alimentazione, uso di integratori che migliorano l'ossigenazione a livello cerebrale, esercizio fisico mirato, arricchimento dell'ambiente in cui il nostro animale vive sono infatti tutte valide armi per fargli affrontare una vecchiaia serena.

Articolo a cura della Clinica Veterinaria Dr.Borgarello

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mercoledì 11 giugno 2014

Patologie Cardiache nel Cane Anziano

Come nell’uomo, anche nel cane e nel gatto, l’invecchiamento è un processo naturale, lento, ma inesorabile.
E’ sempre opportuno in via preventiva sottoporre in età adulta il cane e il gatto a visita cardiologica.
Nel cane l’età a rischio inizia tra i 7 e i 10 anni a seconda della taglia, più precocemente per i cani di grossa taglia, più tardi nei cani di piccola taglia, mentre i gatti dovrebbero essere sottoposti a visita cardiologica già a partire dai sette anni di età.
I sintomi di invecchiamento cardiaco sono diversi per il cane e il gatto.
Nel cane l’intolleranza all’esercizio fisico è il primo sintomo e di solito non viene considerato come tale dal proprietario, difatti viene spesso attribuito dal proprietario un avanzare dell’età il comportamento del cane di fare corte passeggiate, di avere necessità di riposo più lungo dopo uno sforzo fisico, o ancora il fatto che non abbia più voglia di uscire come prima.
Un altro sintomo molto importante e frequente nel cane anziano è la tosse.
Quando il cane tossisce in vari momenti della giornata e della notte, o dopo un esercizio fisico, oppure dopo aver bevuto, è possibile che sia un problema cardiaco, anche avanzato.
Spesso la perdita di appetito e il dimagramento sono conseguenti a una sensazione generale di malessere, associati ai sintomi precedenti.
Le affezioni cardiorespiratorie nel gatto sono più subdole, in quanto già di per se è un animale che normalmente non ha attitudini a svolgere attività fisica tra le mura domestiche, e risulta quindi difficile stabilire una sua intolleranza all’esercizio fisico. Per quanto riguarda la tosse è un sintomo spesso legato a forme virali e/o batteriche o anche asma felina e non un sintomo associato a insufficienza cardiaca.
Spesso i gatti con problemi cardiaci manifestano magrezza o direttamente problemi respiratori, edema polmonare. I gatti sono più soggetti a ipertrofia cardiaca e di conseguenza a trombosi, con conseguenza paralisi degli arti posteriori ed anche anteriori.
Per accertare la natura dell’affezione cardiaca, la sua gravità, e quindi, la necessità di una terapia specifica, il veterinario dovrà effettuare oltre a una visita cardiologica accurata, alcune indagini specifiche quali l’elettrocardiogramma, l’ecocardiografia e le radiografie del torace.
Il paziente cardiopatico, a seconda della gravità del danno cardiaco, necessita di cure particolari. Oltre alla terapia farmacologica prescritta dal veterinario in base alla patologia cardiaca, esiste tutta una serie di accorgimenti che serviranno a rendere la vita del nostro paziente più lunga e piacevole.
Alimentazione: Il paziente cardiopatico non deve essere in sovrappeso od obeso. L’alimentazione deve essere costituita da cibi a basso contenuto di sodio per ridurre la ritenzione idrica e quindi la congestione del circolo con conseguente minor lavoro per il cuore. La riduzione del sodio nella dieta, attraverso alimenti preparati secchi o umidi, deve essere graduale e non improvvisa.
Attività fisica: in base alla gravità della patologia cardiaca, nelle prime fasi dell’insufficienza cardiaca può non comportare nessuna limitazione, fatta eccezione per l’attività agonistica. Nelle fasi più avanzate la durata dell’esercizio fisico e le condizioni climatiche richiedono attente valutazioni.
Controlli regolari: è buona norma cercare di arrivare al controllo successivo prima della comparsa dei segni di scompenso cardiaco. Per questo motivo, in base alla gravità della patologia e dell’età del vostro animale, il veterinario fisserà controlli che comprenderanno esami del sangue, elettrocardiogrammi, ecocardiografie e radiografie del torace ogni 3-6 12 mesi.

Articolo a cura della Clinica Veterinaria Borgarello

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Patologie Riproduttive nel Cane Anziano

Vi siete mai chiesti come mai già alla prima visita del vostro cucciolo o gattino tra i vari argomenti prettamente pediatrici venga affrontato il tema della sterilizzazione per le femmine e quello della castrazione per il maschio? Ebbene in questo articolo troverete la risposta, poiché tratteremo delle patologie dell’apparato genitale tipiche dei soggetti anziani e della possibilità di prevenirle sia in età pediatrica che adulta.
Nei soggetti anziani le patologie riproduttive passano spesso inosservate e vengono individuate dal proprietario quando si trovano ad uno stadio abbastanza avanzato. I segni di patologia riproduttiva infatti non sono sempre legati all’organo genitale in se, ma sono ricorrenti, soprattutto nelle femmine, anche sintomi legati al sistema urinario, digerente, endocrino. Per questo motivo a volte il proprietario sottovaluta questo tipo di problematica. Per agevolarvi in questo arduo compito verranno elencati una serie di segni importanti da considerare come campanello d’allarme per le patologie riproduttive.
CALO DELLE ATTITUDINI RIPRODUTTIVE: nella cagna e nella gatta non esiste una vera e propria menopausa, però si è notato che dopo i 7 anni d’età possono comparire una serie di disturbi che suggeriscono che al di là di questo limite è sconsigliabile farla riprodurre. Infatti oltre i 7 anni si può assistere ad un aumento dei parti distocici (difficoltosi, dove è necessario l’intervento del medico veterinario), aumento della percentuale di mortalità embrionale e perinatale, malformazioni congenite.
Anche nel maschio anziano si assiste ad un calo della capacità di fertilizzazione da parte degli spermatozoi che con l’avanzare dell’età diventano sempre più displasici. Questo può portare alla nascita di soggetti disvitali o malformati a causa dell’elevata probabilità di errore genetico. Nel cane anziano si può assistere inoltre ad un calo della libido dovuto a disfunzioni riproduttive o ad altre patologie come quelle cardiorespiratorie o altre patologie particolarmente debilitanti dove lo sforzo necessario perché avvenga l’atto sessuale non può essere raggiunto a causa della forma fisica notevolmente compromessa. Per questo motivo l’età massima di riproduzione nel cane maschio e nel gatto maschio deve essere intorno agli 8 anni. 

SCOLO VULVARE POST-CALORE: spesso nelle femmine intere, ed in particolare nella cagna, si può notare la presenza di uno scolo vulvare più o meno brunastro ed edema (ingrossamento) della vulva a distanza di circa due settimane dalla fine del calore. Questo segno deve essere sempre considerato come anomalo poiché può essere sintomo di patologie ovariche o uterine piuttosto importanti. Tra queste ricordiamo l’iperplasia endometriale cistica dove la mucosa uterina sotto influenza ormonale sviluppa delle cisti di circa 5 mm colme di un liquido sieroso che può infettarsi in seguito ad ingresso di batteri. Se questo avviene le cisti si rompono e il loro contenuto si riversa interamente all’interno dell’utero e l’infezione secondaria porta all’evoluzione in piometra ovvero accumulo di vero e proprio pus.

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Il pus di colore giallastro-rosato può fuoriuscire dalla rima vulvare solo se la cervice è aperta. Al contrario, non potendo essere drenato, continua ad accumularsi all’interno dell’utero che può raggiungere notevoli dimensioni fino a rompersi e provocare una peritonite a volte letale. Nei casi di piometra chiusa le tossine rilasciate dai batteri morti inducono aumento della sete, aumento della minzione, nonché febbre, vomito e abbattimento. In questi casi trattandosi di femmine anziane che non sono più in grado di riprodursi si consiglia l’ovarioisterectomia, ovvero l’asportazione di utero ed ovaie, dopo avere stabilizzato le condizioni generali con fluidoterapia, antibioticoterapia e antipiretici.
A volte anche le cisti ovariche o le neoplasie ovariche possono indurre scolo vulvare, ma più raramente. 

NEOFORMAZIONI MAMMARIE NELLA FEMMINA: nelle femmine anziane il 50% delle forme tumorali è costituito dalle neoplasie mammarie con una certa predisposizione di razza.

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Le neoformazioni mammarie possono essere benigne ma anche maligne. In quest’ultimo caso è importante intervenire chirurgicamente il prima possibile se non si evidenziano metastasi a livello polmonare (da valutare nel preoperatorio con una radiografia del torace). Per evitare l’insorgenza di tumori mammari in letteratura si suggerisce la sterilizzazione precoce, in età compresa tra i 6 e i 9 mesi. Infatti il potenziale preventivo della sterilizzazione sembra essere nullo se la chirurgia viene eseguita dopo i 2 anni di età. 

NEOFORMAZIONI PELVICHE O VULVARI: a volte è possibile notare la presenza di tumefazioni che sporgono dalla vulva o protrudono a livello prepubico come fossero ernie. Le neoplasie dei genitali esterni e dell’utero si presentano spesso così. Sono per la maggior parte leiomiomi ovvero tumori lisci e ovoidali protrudenti. La chirurgia è la terapia di elezione, dopo avere determinato i margini tumorali tramite TAC ed aver escluso la presenza di metastasi a livello polmonare. 

NEOFORMAZIONI TESTICOLARI: nel maschio non è sempre semplice riconoscere la presenza di tumori testicolari. I segni che possono aiutare a individuarli sono l’ipertrofia del testicolo colpito (dove è presennte la neoformazione) e l’atrofia o l’ipotrofia del testicolo controlaterale che subisce la carica ormonale. In corso di neoplasie testicolari si può riscontrare la presenza di endocrinopatie secondarie quali l’ipotiroidismo per inibizione estrogenica del TSH ipofisario e quindi dermatosi.

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In caso di sertolioma (tumore delle cellule del Sertloli) si può riscontrare la presenza della sindrome di femminilizzazione indotta da iperestrogenismo e caratterizzata da un calo della libido, tendenza ad attirare i maschi, ipetrofia delle mammelle ed ipoplasia del midollo osseo con conseguente anemia.
In questi casi la chirurgia è la terapia di elezione dopo aver appurato l’assenza di metastasi polmonari.
 

PRESENZA DI SANGUE NEL LIQUIDO SEMINALE
: questo segno si associa spesso alle patologie prostatiche. Sotto influenza ormonale (testosterone), la prostata va incontro ad un iperplasia benigna progressiva che può a lungo andare dare problemi urinari, del digerente, del locomotore. La soluzione è di tipo farmacologico e chirurgico con asportazione dei testicoli. 

DISFUNZIONI RIPRODUTTIVE DEL MASCHIO SECONDARIE AD ALTRE PATOLOGIE: le affezioni urinarie, quali cistiti, calcolosi etc spesso determinano una modificazione del pH urinario che è in grado di modificare a sua volta la qualità dello sperma. Risolvendo il problema urinario si risolve di conseguenza il problema genitale. A volte una flogosi dei deferenti per cause traumatiche, infettive o compressive possono indurre azoospermia (assenza di spermatozoi nello sperma). Inoltre dopo i 7 anni si assiste ad un naturale calo qualitativo dello sperma per cui è necessario evitare che un soggetto che superi tale età si accoppi.

ECCESSO DELLA LIBIDO NEL MASCHIO: può essere indotta da lesioni neurologiche a livello del pene, iperplasia prostatica, presenza di fecalomi che comprimono le vene pudende che provocano congestione dei corpi cavernosi del pene, infezioni alla vie urinarie, ipertestosteronemia da neoplasia (leydigoma).
Quando una femmina già avanti in età presenta disturbi digestivi o urinari di difficile interpretazione e qualche perdita vaginale, il tutto associato ad irregolarità del ciclo estrale, bisogna immediatamente procedere con indagini mediche accurate per evidenziare un’eventuale neoplasia ovarica o una patologia uterina.
Nel maschio anziano è buona norma sottoporre ad ecografia annuale la zona pelvica per indagare la prostata e la zona perineale per indagare lo stato dei testicoli. E’ inoltre importante non sottovalutare sintomi legati al sistema urinario, digerente e locomotore poiché spesso sono sentinella di patologie genitali importanti.
In conclusione possiamo dire che l’ovariectomia e la castrazione, praticati su soggetti molto giovani o sugli adulti non più adatti alla riproduzione, e i controlli medici periodici costituiscono un’eccellente misura di prevenzione nei confronti delle varie lesioni degenerative e neoplastiche che possono colpire l’apparato genitale.


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sabato 7 giugno 2014

Uso dei Farmaci in Gravidanza


In questo articolo tratteremo un argomento molto pratico ma molto utile ai fini dello studio di un protocollo terapeutico sicuro in una cagna o in una gatta gravida.
Forniremo di seguito un elenco dei farmaci sicuri in gravidanza ed un elenco dei farmaci da evitare assolutamente.


FARMACI SICURI IN GRAVIDANZA: -CEFALOSPORINE
-PENICILLINE
-AMOXICILLINA+AC.CLAVULANICO
-CLINDAMICINA
-ERITROMICINA
-PIRANTEL PAOMATO
-DIETILCARBAMAZINA
-FENBENDAZOLO
-IVERMECTINA
-MILBEMICINA OSSIMA
-PRAZIQUANTEL
In generale gli svermanti disponibili in commercio sono ritenuti SICURI.

FARMACI DA EVITARE ASSOLUTAMENTE IN GRAVIDANZA -AMINOGLICOSIDI
-TETRACICLINE
-SULFONAMIDI (per esempio Sulfadiazina argentica, Argonyl, Trisulfan etc)
-CLORAMFENICOLO
-FLUOROCHINOLONI (per esempio Valemas, Dicural, Baytril, Marbocyl etc….)
-METRONIDAZOLO (per esempio Stomorgyl, Spiroxan etc)
-GRISEOFULVINA (per esempio Fulcin etc)
-ITRACONAZOLO (per esempio Itrafungol)
-KETOCONAZOLO (per esempio Nizoral crema)
-GLUCOCORTICOIDI
-ENALAPRIL (per esempio Enalapril, Enacard, Prilenal etc)
-TEOFILLINA
-OMEPRAZOLO (per esempio Antra, etc)
-AC.ACETILSALICILICO (per esempio Aspirina etc)
-MISOPROSTOL (per esempio prostaglandine)
-DIETILSTILBESTROLO (per esempio Securgin etc)
-MITOTANE (per esempio Lysodren etc..)
-ORGANOFOSFORICI (per esempio Repelt collare)
-KETAMINA (per esempio Ketavet etc)
-DIAZEPAM (per esempio Valium etc)
-ACEPROMAZINA (per esempio Prequillan etc)
-BARBITURICI
-CHEMIOTERAPICI

Questa piccola guida viene fornita poiché i farmaci e i parafarmaci somministrati ad un soggetto gravido sono in grado di superare la barriera placentale e arrivare quindi ai feti. Questo dato ci pone di fronte al fatto che una femmina in stato di gravidanza deve essere considerata quasi come una specie a se e per questo motivo bisogna essere sempre consapevoli degli effetti farmacologici di ogni molecola che si utilizza.

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Difetti Congeniti: Palatoschisi

I difetti congeniti che riguardano il palato possono interessare sia il palato primario, che va dal labbro al margine distale dell’osso incisivo, sia il palato secondario, che si estende dal margine mesiale dell’osso mascellare sino al palato molle. L’incompleta fusione di queste strutture può interessare il palato primario, la porzione di palato duro del secondario, il palato molle, oppure tutte queste regioni contemporaneamente. La schisi del palato primario, detta anche labbro leporino, può interessare il labbro o il processo alveolare, oppure entrambe le strutture.
Si ritiene che l’eziologia di questi difetti sia su base ereditaria, anche se le infezioni intrauterine e l’esposizione del feto in periodi specifici della gravidanza possano contribuirvi. I fattori nutrizionali, ormonali e meccanici incidono indubbiamente sulla gravità delle schisi, ma non ne rappresentano l’unica causa. Nei cuccioli la sintomatologia varia in base alla localizzazione e alla gravità del difetto.
Le schisi del palato primario, che in genere comportano solo problemi estetici, si evidenziano fin dai primi giorni di vita con difficoltà nella suzione del latte; in questi casi solo l’allattamento artificiale con il biberon, o nei casi più gravi con la sonda, consente al cucciolo di sopravvivere fino all’età adulta.
Anche le schisi della porzione ossea del palato secondario causano difficoltà nella suzione del latte, ma in maniera meno manifesta, per cui i cuccioli muoiono per malnutrizione o per polmonite ab ingestis, prima che il proprietario rilevi il problema. Le schisi del palato molle invece, raramente causano segni evidenti e, per questo motivo, spesso non vengono diagnosticate precocemente.
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La terapia dei difetti palatali è essenzialmente chirurgica e deve essere intrapresa non appena sia possibile manipolare i tessuti, almeno dopo le prime sette settimane di vita. Ma sufficientemente precocemente, in modo da evitare gravi riniti o polmoniti, che in tutti i casi dovranno essere escluse prima dell’intervento con una valutazione radiografica.
L’obiettivo dell’intervento chirurgico, qualunque sia il difetto, è quello di ripararlo con suture prive di tensione e possibilmente su due piani per ripristinare la normale separazione tra la cavità orale e cavità nasali. Durante questo intervento è indispensabile prestare attenzione alla vascolarizzazione prestare attenzione alla vascolarizzazione, individuando e allacciando i vasi sanguigni maggiori. Dopo l’intervento vanno effettuati dei controlli periodici per almeno tre mesi, per verificare che la chiusura del palato permanga senza il rischio che si formino eventuali fratture e fistole palatali.

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